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Padre Nello

Il Signore ti ama

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July 05

COMMENTO DEL PADRE NOSTRO

SIA FATTA LA TUA VOLONTA’
 

Certo la contraddittorietà di un regno e di una volontà divina

che potrebbe mettere tutto e subito a posto ogni cosa rimane.

Ci è difficile capire, soprattutto di fronte a certi drammi,

l’”impotenza” di Dio.

La preghiera ci aiuta a leggere la storia con gli occhi di Dio,

ad avere la sua pazienza

di fronte alla zizzania che cresce col grano,

di accettare i tempi e i modi così diversi dai nostri

che tante volte riteniamo i soli e i migliori.

Questa preghiera e questa attesa acuiscono in noi la fame

e sete di giustizia caratteristiche  di ogni vero discepolo.

 

La volontà di Dio non è più un mistero:

“Questa è la volontà di colui che mi ha mandato,

che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato,

ma lo risusciti nell’ultimo giorno” (Gv 6,39).

In Cristo contempliamo già la realizzazione

della volontà di Dio su di noi e sulla storia.

Certo resta l’incertezza dei tempi,

riguardo alla modalità e alle circostanze.

In Cristo, mediante i sacramenti dell’iniziazione,

il Padre compie in noi la sua volontà.

E in questa volontà ciascuno di noi entra da soggetto,

da protagonista;

vi sono chiamate in causa la nostra libertà, intelligenza, creatività.

Nella volontà di Dio non vi è nulla di preconfezionato.

Il Padre ci ha fatto dono di esistenze aperte,

da costruire con lui.

 

La preghiera ci dispone nel medesimo

atteggiamento del giovane Samuele:

Parla Signore che il tuo servo ti ascolta”,

di Maria di Nazaret:

“Eccomi sono la serva del Signore,

si faccia di me secondo la tua parola”.

Non si tratta di rassegnazione ma di collaborazione.

Scrive Teilhard de C. (Ambiente divino):

Il trovare e il compiere la volontà di Dio

non è un fatto immediato

né consiste in un atteggiamento passivo...

Non raggiungerò la volontà di Dio in ogni istante

se non all’estremo limite delle mie forze,

nel punto in cui la mia attività

tesa verso il meglio-essere

si trova continuamente controbilanciata

dalle forze avverse che cercano

di fermarmi o di farmi cadere.

Se non faccio tutto il possibile per avanzare

o per resistere non mi trovo al punto giusto,

non subisco Dio quanto potrei e quanto egli desidera.

Se invece il mio sforzo è coraggioso,

perseverante,

io raggiungo Dio attraverso il male,

al di là del male; io mi stringo a lui.

 

Ancora una volta prendiamo atto di come la preghiera del cristiano

sia diversa da quella del pagano:

questi tenta di ottenere con la preghiera

che la divinità si pieghi al suo volere,

in fin dei conti se ne vuole accaparrare la potenza.

Il cristiano invece, come Gesù,

chiede di conoscere ed attuare il volere del Padre.

Gli chiediamo luce per conoscerla, forza per adempierla.

E una preghiera di tal genere potrà liberarla

dal profondo del cuore colui che crede aver

Dio disposto tutte le cose di questo mondo

per il nostro bene: gioie e dolori.

Chi prega così deve credere che la Provvidenza divina

ha più sollecitudini per la salvezza

e il bene di coloro che ad essa si affidano,

di quel che non siamo solleciti noi per noi stessi

(Agostino, Confessioni, 9.20).

 

 

CONCLUDENDO LA PRIMA PARTE

 

La prima parte del Pater si sofferma su Dio.

Così fa Gesù nel riassumere la Thoràh:

Amerai Dio e amerai il tuo prossimo.

Pregare che il nome sia santificato,

il regno venga,

o la volontà sia fatta

è cosa che non può essere realizzata

senza che già si partecipi effettivamente,

con il cuore e con l’anima,

a questo regno di giustizia e di amore,

alla volontà di pace.

Senza conversione e impegno per il prossimo

neanche una delle richieste

può essere pronunziata correttamente” (B. Stendaert)

June 28

COMMENTO DEL "PADRE nOSTRO"

VENGA IL TUO REGNO

 

Il discepolo di Gesù è invitato dalla preghiera del Pater

ad invocare l’avvento del Regno.

Ed è questa una preghiera

che ha sempre accompagnato la comunità cristiana

che accanto all’invocazione del Pater,

pregava dicendo: Marana thà.

Venga il tuo Regno!

Queste invocazioni sottolineano il fatto

che la venuta del regno è gratuita,

è puro dono, indipendente dalla volontà dell’uomo.

Esso si può  ricevere,  ereditare (cf Mc 10,17),  

accogliere (Mc 10,15); attendere (Lc 2,25).

 

Da parte nostra ci sarà dunque solo un’attesa passiva?

Si tratta di stare a braccia conserte

come in stazione attendendo il treno?

Pregando le parole “Venga il tuo Regno” siamo  portati a

chiedere di entrare nella volontà di Dio,

nell’ottica del suo Regno,

imparando a scorgere fin d’ora,

nella nostra storia, i suoi germi di presenza.

La preghiera, se è autentica,

costringe ad aprire il nostro cuore all’accoglienza

di questi germi del regno

e a porre a nostra volta dei segni concreti della sua presenza.

Se il regno è pace, giustizia, amore, verità e vita

questo significa che cercherò sin d’ora di incastonare

in questa storia così sbilenca, contraddittoria,

segnata dal male e dalla morte

gesti nuovi di giustizia, di verità, di vita, di amore.

Sono questi doni che ci rimandano all’azione

presente dello Spirito nella Chiesa e nel mondo.

Non per nulla antiche traduzioni

dicevano in luogo di “venga il tuo regno” le parole

Il tuo santo spirito venga su di noi e ci purifichi”.

Lo Spirito è sempre più immediato inizio del regno che viene nella storia.

(Massimo il Confessore -IV sec. -

leggeva la sequenza Padre-Nome-regno

come un movimento trinitario).

Si domanda una presenza maggiore

della ricchezza di Cristo tra gli uomini,

nella loro vita, nelle loro strutture,

nel mondo in cui essi abitano.

 

June 09

COMMENTO DEL "PADRE NOSTRO"

SIA SANTIFICATO IL TUO NOME

 

Più che trattarsi di domande le prime tre richieste del Padre Nostro

esprimono degli auspici, dei desideri, delle attese:

- sia santificato il tuo nome

- venga il tuo regno

- sia fatta la tua volontà

 

Per la cultura semitica il nome non era

una semplice designazione convenzionale,

esso era intimamente legato alla persona,

si identifica con essa.

 

Dare un nome nuovo significava ad esempio

affidare a quella persona una nuova missione,

un nuovo modo di essere,

implicava un profondo cambiamento e un potere su di lui.

Ricevere un nome da qualcuno significava

riconoscere di essere dipendenti da Lui

Non ti chiamerai più Abram ma Abraham

perché padre di molti popoli io ti costituirò.

Di conseguenza

conoscere il nome significava

possedere il segreto intimo della persona,

avere un potere su di lui,

da qui il suo valore magico.

 

In mezzo ad una massa di volti sconosciuti dà gioia il sentirsi chiamare

improvvisamente per nome da una voce amica.

Il mio nome risuona come un riconoscimento di me stesso come persona,

esso è quella realtà che mi distingue dagli altri

e che mi permette di entrare in relazione con l’altro.

Senza un nome io non esisto.

Quando incontriamo un bambino

gli chiediamo infatti per prima cosa: Come ti chiami?

Il nome è dunque non soltanto quella realtà che mi definisce

ma altresì quella realtà che mi pone in relazione con qualcun altro:

quando sono chiamato io esisto, io sono interpellato.

 

Anche Dio ha rivelato al suo popolo il suo nome:

JHWH (cf Es 3,14).

Non è dunque un’astrazione, un principio anonimo di esistenza.

Ma mentre rivelava il suo nome vi si nascondeva.

JHWH significa infatti: “Io sarò”.

E’ come se avesse detto: Da ciò che farò capirete chi sono.

La rivelazione del suo nome

lungi dal compiere la rivelazione

diventa un invito pressante alla ricerca,

perché Dio non si lascia afferrare:

JHWH è Dio ineffabile, indicibile, indescrivibile.

 

Gesù, che è l’esegesi del Padre (cf Gv 1),

ci ha manifestato un altro nome di Dio:

 il suo essere Padre, il suo essere amore.

Con la sua incarnazione, passione e morte ci ha detto chi è Dio.

E’ in Gesù che il Nome del Dio Santo

ci viene rivelato e donato, nella carne, come Salvatore:

rivelato da ciò che egli è, dalla sua parola, dal suo sacrificio.

Il nuovo nome è dunque Amore (“Dio è Amore”).

Per santificare il Nome noi dobbiamo unicamente

rifugiarci nella croce di Cristo.

Nella sua sofferenza e morte (O. Clèment).

  

Dio ci conosce nome per nome.

Di fronte a lui non siamo una massa.

Un nome con il quale Dio ci interpella, intesse un dialogo,

una relazione sponsale, paterna, amicale.

Quando chiama qualcuno lo fa sempre con il suo nome.

 

Invocare il nome santo di Dio è rispondere a questa chiamata,

e questa invocazione può assumere tantissime sfaccettature:

- un chiamare in causa Dio di fronte

al dramma della sofferenza umana:

“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34).

- un atto di abbandono e resa nelle sue mani:

“Padre nelle tue mani affido il mio spirito” (Lc 23,46)

- un grido di aiuto:

“Padre passi da me se possibile questo calice”.

 

Invocare il nome non è pretesa di piegare Dio:

è lui il Signore, l’onnipotente, il creatore

che chiama le stelle per nome (Is 40,26).

 

E’ Gesù colui che più di ogni altro ha santificato il Nome di Dio.

Nell’Eucaristia memoriale vivo della sua morte e risurrezione,

preghiera somma della Chiesa,

noi santifichiamo il Nome di Dio.

Nella liturgia della parola narriamo le sue meraviglie per noi

santificando il suo Nome.

La memoria di Dio nella vita ci porta a compiere

opere tali da santificare il suo nome. 

I nostri gesti di amore, di dono, di sacrificio

sono occasione di lode al Padre da parte degli uomini (cf Mt 5,16),

la nostra vita di fronte agli altri assume il compito di specchio di Dio:

I serafini, lodando Dio, dicono:

Santo, Santo, Santo;

appunto le parole “sia santificato il tuo nome”

significano che il suo nome sia glorificato.

E’ come se dicessimo a Dio:

Concedici di vivere in modo così puro e perfetto

che tutti, vedendo noi, ti glorifichino.

La perfezione del cristiano sta proprio in questo,

nell’essere così irreprensibile in tutte le sue azioni,

che chiunque lo vede, per esse rende lode a Dio”

 

In fin dei conti non possiamo santificare il Nome

se non lasciandolo entrare nella nostra vita

con la sua azione santificante.

“Il nome santifica ed è santificato

 

June 04

COMMENTO DEL "PADRE NOSTRO"

 

CHE SEI NEI CIELI

 

Non indica evidentemente un luogo ma un modo d’essere.

Era questa un’espressione comunissima

al tempo in cui Matteo scrisse il suo vangelo.

Ad esempio un rabbino contemporaneo degli apostoli dice:

Le pietre dell’altare fanno nascere la pace fra Israele

e il Padre suo che è nei cieli”.

 

Quale il significato di questa espressione?

Gli antichi erano meravigliati dalla profondità del cielo

a loro inaccessibile che rievocava il mistero,

la trascendenza, l’infinito.

Nella loro cosmologia il cielo appariva loro

come una realtà solida, costituito da acque

trattenute da un immenso velo costellato di stelle.

Nel cielo erano i depositi dell’acqua, della grandine e della neve.

Tutta la costruzione del cielo poggiava su solidissime colonne

(“Io tengo salde le sue colonne”).

Al di sopra di tutto il trono di Dio,

la sua dimora, la sua corte celeste, il suo palazzo.

Dio comunicava con la terra tramite gli angeli;

essi scendevano tramite scale (cf Gn 28,12);

in seguito per influsso delle raffigurazioni persiane

essi si serviranno di ali.

 

L’espressione “che sei nei cieli” sta ad indicare dunque

la totale trascendenza di Dio,

ma non la sua lontananza!

Evitando anche la banalizzazione

e la proiezione di false immagini di Dio.

Ma collocata subito all’inizio dopo la parola Padre

essa vuole anzitutto eliminare

ogni possibile confusione tra i “padri terreni”

e il “Padre” da cui proviene ogni paternità.

Certo l’espressione che “sei nei cieli” unita a “Padre”,

può generare in noi un certo disagio:

un vero padre non è mai lontano, staccato, inaccessibile.

Tuttavia nella fede cristiana siamo chiamati

a conciliare questi due aspetti di Dio;

la sua paternità non esclude la sua trascendenza e viceversa.

E’ un mistero di amore che ci avvolge

e che nello stesso tempo ci trascende infinitamente.

 

Il peccato ci ha allontanato “dai cieli”,

sono essi la “nostra patria”.

Viviamo come esiliati: Sospiriamo in questo nostro stato,

desiderosi di rivestirci del nostro corpo celeste (2Cor 5,2).

La nostra conversione potrebbe essere letta come un ritorno al cielo.

E’ un cielo ormai aperto:

“si spalancarono i cieli”  durante il battesimo di Gesù,

e da allora non sono più richiusi all’uomo.

In lui cielo e terra sono ormai eternamente riconciliati.

Paolo dirà: Il Padre ci ha fatti sedere

(ovvero possiamo rimanervi, sono ormai nostra dimora)

nei cieli in Cristo (Ef 3,6).

 

La Lettera a Diogneto riporta la stessa riflessione:

I cristiani sono nella carne,

ma non vivono secondo la carne.

Passano la loro vita sulla terra,

ma sono cittadini del cielo (5,8).

 

May 23

COMMENTO DEL "PADRE NOSTRO"

PADRE NOSTRO CHE STAI NEI CIELI

 

L’aggettivo “nostro” nel Pater è riferito ovviamente a Dio (“di noi”),

non sta ad indicare certamente possesso. 

Siamo noi il suo popolo ed egli è il nostro Dio.

Si tratta di un’appartenenza reciproca

che ci è stata offerta gratuitamente nell’alleanza:

Io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio (Ap 21,7).

 

Ancora: nostro indica la comunità, la Chiesa , la famiglia di Dio

nella quale siamo stati generati alla fede mediante il nostro battesimo.

E quando preghiamo l’Orazione del Signore,

anche nel silenzio e solitudine della nostra stanza,

sempre noi ci dobbiamo sentire inseriti nella grande preghiera della Chiesa:

in questo senso non esiste per me cristiano una preghiera mia.

 

Così il Padre nostro ci fa uscire dal nostro individualismo.

E per essere pregato in verità

le nostre divisioni e i nostri antagonismi devono essere superati”(ccc 2792).

E’ la preghiera che deve abbattere ogni frontiera

e ostacolo che si frappone agli altri.

 

E nella Preghiera del Signore ci presentiamo portando

tutti coloro per i quali il Figlio ha offerto se stesso:

l’amore di Dio è senza frontiere,

anche la nostra preghiera deve esserlo (CCC 2792).

 

Pregando così il Padre Nostro ci collochiamo

sicuramente nell’ambito della preghiera di Gesù,

la sua grande preghiera sacerdotale,

nella quale lui stesso chiese che tutti siano una cosa sola.

 

Il Pater, lo possiamo affermare, è la preghiera che ci fa passare dal Tu al Noi.

Constatiamo infatti che nella prima parte al centro vi è un Tu:

- il tuo nome

- il tuo regno

- la tua volontà.

Nella seconda parte predomina il noi:

- da a noi il nostro pane quotidiano

- rimetti a noi i nostri debiti

- non indurre noi in tentazione

- libera noi dal male.

 

Dal Tu del Padre passiamo a noi

scoprendo in tal modo l’altissima nostra dignità.

Siamo figli, siamo un unico corpo per il battesimo e l’eucaristia,

siamo un’unica famiglia,

siamo fratelli e sorelle in Cristo

con un legame più forte che quello del sangue (Mt 23,8).

 

In famiglia pregare insieme il Pater significa

riconoscere gli uni di fronte agli altri,

in una comune professione di fede,

la comune paternità di Dio da cui procede ogni altra paternità.

Questo riconoscimento comune è garanzia di libertà,

di dignità e responsabilità vicendevole.

 

In una comunità cristiana (religiosa) significa riconoscere

che si è famiglia che trova il suo punto di riferimento

non in se stessa, ma nel Padre

da cui trae la propria origine e la sua ragione d’essere.

Ci si riconosce così figli di un unico padre

e fratelli non tanto per un legame fisico di sangue,

ma per una “consanguineità” di fede ancor più profonda.

“Chi fa la volontà del Padre, questi è fratello, sorella e madre”.

Comunità che si percepisce Corpo di Cristo in cammino

verso l’esperienza della comunione.

 

 

May 09

Le finestre del Paradiso

Era un pò di giorni che il Signore
non faceva un giro per il Paradiso;
una mattina quindi si svegliò deciso a controllare
se tutto lassù filava per il verso giusto.
Con sua grande sorpresa, vide,
in mezzo ad un gruppetto di persone,
un tipo che in vita sua
non aveva mai concluso niente di buono,
era un gran lazzarone, svogliato e poco credente.
"Come ha fatto un individuo del genere a entrare in Paradiso?
San Pietro dovrà rendermi conto di questo!.",
si indignò il Signore.
Continuò il giro di controllo
ed ecco che scoprì tra gli altri beati una donna
che in vita sua ne aveva combinate di tutti i colori.
"Anche lei qui?", esclamò sbalordito.
"Ma chi controlla l'ingresso tra le anime beate?
San Pietro dovrà spiegarmi anche questa!"
Girando s'imbatte in altre persone
che non si aspettava proprio di incontrare in Paradiso.
A passi decisi, con un viso che prometteva tempesta,
il Signore si avviò verso l'ingresso del Paradiso.
Lì, a fianco del portone, con le chiavi in mano,
stava San Pietro.
"Non ci siamo, non ci siamo proprio!".
Lo affrontò severamente il Signore.
"Ho visto gente qui intorno, che del Paradiso
non è proprio degna!
Che custode sei?
Non sarà che ti addormenti in servizio?"
"Eh, no! Io non dormo proprio!",
rispose risentito San Pietro.
"Io alla porta ci sto, e con gli occhi ben aperti anche.
E' che sopra di me, c'è una piccola finestra.
Di là ogni tanto tua Mamma Maria
fa scendere una corda
e tira su anche quelli che io avevo allontanato!
A questo punto cosa dovrei fare?
E' inutile che faccia il portinaio!
Do le dimissioni!"
Il volto del Signore si distese in un gran sorriso.
"Va bene,va bene", disse bonariamente,
cingendo le spalle di San Pietro con un braccio,
come ai vecchi tempi.
"Quello che fa mia madre Maria
è sempre ben fatto.
Tu continua a sorvegliare la porta
e lasciamo che al finestrino ci pensi lei...".

Perchè Maria è invocata come
"aiuto dei cristiani" e "rifugio dei peccatori?"
Perchè con lei il Paradiso
ha sempre un finestra aperta...
April 26

Beati coloro che senza vedere hanno creduto 3

 

c) La reazione dell'altro discepolo, quello che Gesù amava:

l'espressione ‘l'altro discepolo’ e ‘il discepolo che Gesù amava’,

che ricorrono spesso nel IV  Vangelo, qui in Gv 20,2 si trovano insieme:

In un primo momento allora Giovanni si china verso il sepolcro

e vede solo le bende, ma non arriva alla conclusione che Gesù è risorto.

Egli è il discepolo che Gesù amava

ed è tanto l'amore che anch'egli portava a Gesù che di corsa,

più veloce giunge per primo al sepolcro (cf. v. 4):

l'amore corre e corre veloce e distanzia Pietro perché ama più di Lui,

e se non entra subito nel sepolcro, ma si china soltanto

è perché si attarda per fare entrare prima Pietro;

solo dopo che Pietro è entrato entra anche lui e vede e crede:

quando l'amore è in rapporto con l'autorità

raggiunge la piena comprensione della realtà di Dio, di se stessi e degli altri.

Giovanni quindi vede anche lui soltanto delle bende che giacciono distese per terra

(probabilmente Gesù era passato attraverso di esse)

e il sudario (forse ancora arrotolato quasi in cerchio

nella forma che aveva quando stava intorno alla testa di Gesù);

ma giunge alla fede nella risurrezione in virtù

di ciò che la Scrittura aveva detto

e non in virtù di indizi come il sepolcro vuoto, le bende, ecc.

Se il sepolcro vuoto e le bende col sudario fossero stati sufficienti

per dimostrare la risurrezione di Gesù

non sarebbe stato necessario aggiungere “credette”;

ma Giovanni lo aggiunge.

Egli prima di andare al sepolcro non aveva capito il significato

della Scrittura secondo la quale Gesù doveva risuscitare dai morti.

Quando però va al sepolcro, attraverso gli indizi della tomba vuota,

delle bende per terra e del sudario ha modo di ricordare

e comprendere pienamente la Scrittura e le stesse parole dette da Gesù in vita.

Ciò che porta alla risurrezione è la fede:

“credette”, che si fonda sulla Scrittura.

L’oggetto della fede è la Risurrezione;

l’intelligenza della Scrittura  è il motivo della fede del discepolo

poiché per essa quando vide credette (v. 8).

Che si debba parlare di fede nella Scrittura

(e qui precisamente del suo oggetto, cioè la Risurrezione)

è confermato anche da Gv 2,22 in cui non si parla di fede in dei segni,

ma nella Scrittura: «quando poi fu risuscitato dai morti,

i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo,

e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù» (Gv 2,22);

se Giovanni avesse compreso le Scritture e creduto ad esse fin dall’inizio

non sarebbe stato neanche necessario andare al sepolcro per verificare.

L'autentica fede a cui giunge Giovanni

è espressa dall'uso assoluto del verbo «credere» 

che nel IV Vangelo indica sempre un vero senso religioso,

una vera fede, ma è anticipata da quel suo vedere nella fede

attraverso l'uso del verbo horaô : tale uso del verbo,

come esprimente la fede, trova anche conferma altrove nel Vangelo:

Giovanni il Battista vede (blépei) Gesù venirgli incontro (cf. 1,29)

e dopo afferma: «io l’ho visto» (cf. horaô: 1,34)

in seguito alla proclamazione di Gesù Agnello di Dio e la visione (cf. horaô)

dello Spirito Santo che era sceso su di Lui (cf. 1,33).

Anche il tempo all'‘aoristo’ di horaô indica il momento della "visione" profonda

e del conseguente raggiungimento della fede;

se Giovanni non fosse giunto a una fede perfetta e avesse avuto bisogno

di crescere l’Evangelista avrebbe forse usato un perfetto,

e invece ha usato l’aoristo, per indicare appunto una fede

che giunge a un suo vertice, e non ha più bisogno di progredire,

perché è già perfetta.

Che la fede di Giovanni sia perfetta lo si evince dal parallelismo

con la fede che più avanti Gesù chiede, e cioè la fede di chi crede senza vedere,

espressa anch’essa all’aoristo e con lo stesso verbo

(v. 29: «Beati coloro che non hanno visto e hanno creduto»).

Questo tempo all’aoristo, per esempio,

non lo si usa per esprimere la fede di Tommaso,

fede grande tanto da dire “Mio Signore e mio Dio”,

ma non ancora  perfetta perché cresce alla visione e al toccare Gesù

(Giovanni qui non usa l’aoristo ma il piucchepperfetto).

San Giovanni allora ha raggiunto livello di perfezione nella fede

come quella che Gesù auspica per coloro

che in futuro credendo senza vedere saranno addirittura beati.

Si capisce allora l’espressione: «beati quelli che senza vedere hanno creduto»,

espressione fondamentale di tutto il capitolo

e che costituisce il cuore del messaggio pasquale.

La beatitudine è riservata a coloro

che come Giovanni senza vedere Gesù risorto crederanno:

noi discepoli futuri, senza vedere,

siamo chiamati a credere sulla parola scritta di testimoni oculari.

I discepoli di poi così, senza toccare Gesù e aggrapparsi a Lui (la Maddalena),

vederlo (discepoli) o mettere le mani nelle sue piaghe (Tommaso)

potranno anch’essi dire: “Gesù è il Signore”:

questi segni «sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo,

il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (20,31).

C'è un parallelismo tra le Scritture che portarono S. Giovanni alla fede

e queste ‘nuove scritture’ sulle quali deve fondarsi la fede dei discepoli futuri;

ma c'è anche una progressione: nel mettere in parallelo

la Scrittura dell’A.T. con quanto l’Evangelista scrive si ha un crescendo,

perché si passa da una fede motivata da Scritture (A.T.)

che fanno una PROFEZIA della Risurrezione

a una fede motivata da Scrittura (N.T.)

che riporta una TESTIMONIANZA oculare di diversi testimoni.

Sulla PAROLA di questi testimoni,

che è più di una Parola solo profetica,

anche noi faremo l'esperienza di fede di S. Giovanni

che sarà anche esperienza di beatitudine:

«beati quelli che senza vedere hanno creduto» (v. 29).

April 18

Beati coloro che senza vedere hanno creduto 2

Beati coloro che senza vedere hanno creduto

 

Ciò che emerge da questa semplice articolazione delle due scene è che:

 

1) Maria Maddalena, Pietro e l'altro discepolo vanno al sepolcro

e la loro vicinanza a quel luogo è sempre più accentuata:

si va dal solo avvicinarsi di Maria Maddalena alla pietra rimossa,

al chinarsi verso il sepolcro e alla fine ad entrarvi,

prima da parte di Pietro e poi dell'altro discepolo.

 

2) Ognuno di loro vede qualcosa in modo sempre più crescente verso Gesù:

Maria Maddalena vede solo la pietra rimossa;

il discepolo più svelto, arrivato per prima vede solo le bende;

Pietro vede non solo le bende per terra,

ma anche il sudario disposto in maniera particolare;

infine l'altro discepolo vede anche lui il tutto e si dice che «credette»;

ma questo sviluppo crescente non è evidenziato solo dall'oggetto che viene visto,

ma anche dai verbi "vedere";  l'evangelista ne usa tre: blepô, theôreô e horaô.

Blepô è usato per designare un vedere che significa una semplice visione materiale:

è riferito sia a Maria Maddalena che si ferma a vedere solo la pietra del sepolcro (v. 1)

sia al discepolo che era corso velocemente e aveva visto solo le bende (v. 5);

theôreô indica un vedere materiale però attento, scrutatore:

è applicato a Pietro che osserva attentamente le bende e il sudario (v. 6);

infine il verbo horaô indica una visione approfondita

che esprime un atteggiamento di fede,

un vedere di fede, di chi si apre alle visioni della fede:

è il verbo usato dall'evangelista per il discepolo che Gesù amava,

del quale si dice: «vide e credette» (v. 8).

 

3) L'atteggiamento finale rivela il processo crescente di maturazione:

Maria Maddalena lascia il sepolcro pensando che il corpo di Gesù sia stato portato via;

di Pietro non si dice che cosa pensi dopo aver visto le bende e il sudario:

Giovanni dice che torna a casa (cf. v. 10);

ma può aiutarci Lc 24,12:

«Pietro tuttavia corse al sepolcro e chinatosi vide solo le bende.

E tornò a casa pieno di stupore per l'accaduto»;

dell'altro discepolo si dice che: «vide e credette» (v. 8).

 

4) Infine è da rilevare come all'affermazione circostanziale temporale fatta all'inizio:

«era ancora buio» (v. 1) corrisponda l'affermazione:

«Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura» (v. 9):

l'indicazione cronologica sembra essere anche teologica,

nel senso che la mancanza di luce materiale fa bene da contesto

alla mancanza di luce interiore di Maria Maddalena e di Pietro

che non comprendono che quella assenza di Gesù nel sepolcro

è segno della Sua risurrezione di cui le Scritture avevano già parlato.

 

a) La reazione di Maria:

Maria Maddalena dunque va al sepolcro

(con altre donne per ungere il corpo di Gesù, cf. Mc 16,1);

va a cercare tra i morti colui che è il Vivente.

È spinta da una grande amore per Gesù,

ma non ha compreso in pienezza tutto il Suo mistero che non era solo di morte,

ma anche di risurrezione:

è ancora buio, come buia è la sua fede;

e in questo suo avvicinarsi al sepolcro è così precipitosa che la pietra rimossa

significa solo che il corpo morto di Gesù è stato portato via.

Tuttavia anche lei, dopo che piangendo si chinerà verso il sepolcro vedrà

prima degli angeli e poi vedrà (cf. horaô) lo stesso Gesù (cf. vv. 11-18):

la sofferenza l'aiuterà ad acquisire maggiore pacatezza nell'amore

e a riflettere e quindi a compiere un passaggio

dall'esterno all'interno del sepolcro (cf. v. 11) e non solo.

 

b) La reazione di Simon Pietro:

grazie all'annuncio di Maria Maddalena Pietro va al sepolcro:

dopo il rinnegamento è ancora paralizzato nel suo amore;

c'è voluta la Maddalena per scuoterlo,

una donna che aveva continuato ad amare Gesù anche se ormai ‘morto’.

Pietro, preoccupatosi per il racconto della donna

(e la sua preoccupazione è già segno di amore), entra nel sepolcro,

vede le bende e il sudario, ma non giunge alla fede nella risurrezione di Gesù,

perché, come dirà al plurale più avanti l'evangelista, riferendosi a Pietro e alla Maddalena:

«Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti» (v. 9).

April 14

Beati coloro che senza vedere hanno creduto

Beati coloro che senza vedere hanno creduto

 

In Gv 20,1-10 si parla esplicitamente di risurrezione solo una volta;

al contrario si parla piuttosto di sepolcro (7 volte in 8 versetti) e sepolcro vuoto;

e una tomba vuota, delle bende e un sudario non dicono che Gesù è risorto,

ma soltanto che non c’è più (il che può significare tante cose:

il corpo di Gesù è stato portato via o trafugato o nascosto, ecc.).

Infatti la conclusione a cui arriva Maria Maddalena,

al solo approssimarsi presso il sepolcro e vedere che la pietra era stata ribaltata,

non è che Gesù è risorto, ma che Gesù è stato portato via e posto in un altro luogo:

«Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo  dove l’hanno posto!».

Per poter quindi cogliere l'annuncio di risurrezione

che è presente in questa pericope evangelica è necessario esaminarla attentamente.

Innanzitutto possiamo dividere i 10 versetti secondo le due scene che essi presentano:

• dopo un'affermazione circostanziale temporale dell'evangelista:

«Nel giorno dopo il sabato [...] quand’era ancora buio» (v. 1),

la prima scena (vv. 1-2)

all'inizio descrive l'arrivo di Maria Maddalena presso il sepolcro;

poi ciò che essa vede (cf. blépei) «la pietra ribaltata» (v. 1);

infine il suo ritorno dai discepoli, «Simon Pietro e dall’altro discepolo,

quello che Gesù amava» (v. 2), per comunicare la sua impressione;

 

• la seconda scena (vv. 3-10)

inizia con l'avvio presso il sepolcro di «Pietro insieme all’altro discepolo»;

poi è descritto ciò che il discepolo più veloce vede (cf.blépei):

«le bende che giacevano distese» (v. 6).

Questi due dati, cioè l'indicazione del discepolo e ciò che vede,

sono ripetuti due volte: la prima volta con Pietro:

«vide (theôreí) le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo,

non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte» (vv. 6-7);

la seconda volta ancora con «l'altro discepolo» che «vide» (v. 8).

Infine si ha il dato conclusivo,

riguardante «l'altro discepolo» di cui si dice che «credette» (v. 8).

La scena si chiude con una osservazione circostanziale dell'evangelista:

«Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura,

che egli cioè doveva risuscitare dai morti» (v. 9).

Il v. 10: «I discepoli intanto se ne tornarono di nuovo a casa»,

serve all'evangelista per mettere fuori scena i due discepoli

e per compiere il passaggio dalla loro scena

a quella successiva dell'incontro tra Gesù e la Maddalena (vv.11-18).

 

April 03

La lavanda dei piedi Gv. 13, 1-20

5. dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri.

 

Con la sua parola Gesù aveva raggiunto l’insieme del gruppo dei discepoli,

ma con la lavanda dei piedi raggiunge ognuno personalmente,

entra in comunione con ciascuno di loro, li ama tutti singolarmente.

 

Gesù non si limita a dare agli apostoli una lezione di umiltà

che, al momento, avrebbe potuto essere capita abbastanza facilmente,

anche se era difficile da accettare.

 

Gesù dice a Pietro:

«Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo».

Nella lavanda dei piedi vi è un mistero

che si può comprendere solo col dono dello Spirito Santo.

Gesù porta una nuova visione, un modo nuovo di vivere,

impossibile da imitare con le nostre sole risorse umane.

Gesù, con la forza dirompente di un umile gesto,

riassume tutto il suo messaggio ed esprime la logica rivoluzionaria del suo Regno,

dove il potere è servizio amorevole e dove in cima alla piramide

non ci stanno i potenti ma gli ultimi, i poveri, i diseredati, i deboli.

 

L’acqua lava e purifica.

Lavando i piedi dei suoi discepoli Gesù li perdona

non “dall’alto”, col potere del Maestro,

ma “dal basso”, con la comunione e la tenerezza.

Indica loro un’altra via, quella della piccolezza, dell’umiltà e del perdono.

Chiede loro di vivere tutta la follia del Vangelo:

amare senza misura,

essere compassionevoli,

non giudicare ma perdonare sempre,

giungere fino ad amare il nemico.

 

6. … Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica.

 

Ed ecco l’ultima beatitudine!

Questa volta però la felicità non è per dopo, è contestuale.

Per coloro che hanno il coraggio di vivere l’insegnamento di Gesù

e operano seguendone l’esempio,

la gioia e la pace sono premio immediato.

March 25

La lavanda dei piedi Gv. 13, 1-20

 

4. …Signore, tu lavi i piedi a me? …Non mi laverai mai i piedi!

 …Se non ti laverò, non avrai parte con me…

 

La lavanda dei piedi era un gesto che ciascun ebreo faceva per se.

Talvolta veniva fatta dai figli o dalla moglie al capofamiglia,

per testimoniare grande amore e sottomessa devozione.

Nessun ebreo avrebbe mai lavato i piedi ad un altro ebreo.

Tale pratica era considerata umiliante,

non poteva essere richiesta a un servo israelita

ma soltanto ad uno schiavo non ebreo.

Si può quindi immaginare la sorpresa degli apostoli

nel vedere Gesù alzarsi e togliersi la veste,

prendere acqua e asciugatoio,

inginocchiarsi e lavare i loro piedi, nel bel mezzo di una cena solenne.

Vi è stata resistenza da parte dei discepoli.

Pietro reagisce ed esprime ciò che, senza dubbio, vi è nel cuore di tutti.

La sua protesta è l’amorosa venerazione

di chi soffre nel vedere l’amato Gesù umiliarsi in quel modo,

ma è anche protesta per incomprensione,

perché non afferra il significato ed il motivo di quel gesto.

Gesù promette a Pietro che più tardi verrà la comprensione,

ma in quel momento esige da lui un’obbediente sottomissione:

…Se non ti laverò, non avrai parte con me…”.

Lasciarsi lavare i piedi da Gesù

e accettare il suo amore,

non è facoltativo.

Se Pietro non si lascia lavare i piedi:

rinuncia all’amore di Dio,

rinuncia alla comunione con Dio,

rinuncia così all’appartenenza al Regno e all’eredità.

A questo punto Pietro si lascia vincere;

si apre a Gesù.

Non può comprenderlo, è confuso;

ma non può sopportare l’idea di essere separato da lui.

 

March 17

La lavanda dei piedi Gv. 13, 1-20


 

3. Gesù si è fatto piccolo per vincere la nostra paura di Dio.

Nel nuovo testamento si parla di vesti e di tuniche.

La veste indica un abito esterno; la tunica invece era un indumento che s’indossava sotto la veste;

era un abito da casa, da lavoro ed era anche l’unico abito dello schiavo.

Le vesti esterne invece rivelavano la funzione, il ruolo, il ceto e la provenienza di chi le indossava:

un soldato, uno scriba, un pastore, un sacerdote, portavano abiti che indicavano il loro stato.

Si distinguevano gli abiti dei ricchi da quelli dei poveri e dei mendicanti.

Si riconoscevano gli abiti nazionali da quelli etnici.

Togliendosi la veste, indossando la sola tunica,

Gesù si pone al di fuori di ogni funzione e di ogni stato sociale,

si fa universale, si fa piccolo e debole.

Fino a quel momento Gesù era apparso forte:

aveva fatto grandi miracoli e aveva parlato con autorità agli scribi e ai farisei.

La gente lo seguiva pensando che avrebbe liberato Israele,

che avrebbe ridato loro dignità e scacciato i romani.

A testimonianza del suo Amore,

Gesù invece discende nella piccolezza e nella debolezza:

si lascia vincere.

Una discesa incominciata con l’incarnazione nel seno di Maria;

che continua, in modo visibile per i discepoli, con la lavanda dei piedi;

che si concluderà sulla croce, col dono della propria vita.

Certo, egli è il Figlio di Dio, è Maestro e Profeta.

Possiede autorità e potere,

ma non vuole con gli uomini un rapporto DIO/uomo

fatto di soggezione e sudditanza da parte degli uomini,

vuole manifestarsi come un cuore che vuole incontrare dei cuori,

come amico che vuole vivere nel cuore dei propri amici.

Togliendosi le vesti Gesù si fa ancora più piccolo,

per vincere la nostra paura di Dio,

per sostituire in noi l’immagine di un Dio legislatore distante e giudice severo,

con quella di un Dio che è

Amore,

Tenerezza,

Provvidenza

Misericordia infinita,

un Dio che vuole darsi agli uomini e attirarli tutti a se,

che vuole dare agli uomini la dignità di figli.

 

 

            

March 15

La lavanda dei piedi Gv. 13, 1-20

LO SCANDALO DI AMARE FINO ALLA FINE

 

1. … sapendo che era giunta la sua ora  … Sapeva infatti chi lo tradiva … 

Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io sono.

 …li amò sino alla fine

 

   Gesù non è vittima di circostanze impreviste e imprevedibili. Gesù non è travolto da eventi per Lui ingovernabili.

 In altra occasione, a Nazareth, proprio perché non era giunta la sua ora,

Gesù era passato indenne tra la folla inferocita che lo voleva gettare dal precipizio.

Gesù è il figlio di Dio che trasforma l’acqua in vino, che moltiplica i pani ed i pesci, che doma le tempeste,

che cammina sull’acqua, che si trasfigura, che guarisce ciechi, storpi e lebbrosi, che scaccia demoni, che risuscita i morti.

Gesù sa di essere il Figlio di  Dio, sa che quella è la sua ultima cena,

sa che sarà tradito da Giuda e da Pietro e sa che dovrà affrontare il sacrificio della croce.

Ma la consapevolezza dell’incomprensione umana, dell’abbandono da parte di molti discepoli,

del tradimento di Giuda, del rinnegamento di Pietro e, infine,

la consapevolezza della condanna di Lui innocente al supplizio della croce, non lo rende incerto nel suo comportamento.

Gesù continua consapevolmente ad amarci  fino alla fine,

senza misura, fino alle estreme conseguenze, fino al servizio più umile, fino al dono della propria vita.

 

2.  …si alzò …depose… prese… se lo cinse …versò ...cominciò a lavare …ad asciugarli …riprese

 

   Finché l’amore rimane “seduto”, chiuso in noi,

prigioniero della nostra pigrizia e della nostra paura,

rimane un bel sentimento che tutt’al più ci tormenta il cuore.

L’amore ha bisogno di libertà,  ha bisogno di esprimersi,

deve uscire dal nostro cuore per comunicarsi con chi ci è prossimo,

deve trasformarsi in azione, in cure amorevoli per chi ci è vicino,

in carità.

 

February 22

Aprire il cuore

 

Fate spazio nel cuore

 

Vivete nella Fede, trasmettetela ai figli, testimoniatela nella vita.

Amate la Chiesa, vivete in essa e per essa.

Fate spazio nel cuore a tutti gli uomini,

perdonatevi a vicenda,

costruite ambienti di pace ovunque siete.

Ai non credenti dico: cercate Dio,

Egli sta cercando voi.

E ai sofferenti dico: abbiate fiducia,

Cristo che vi ha preceduto

vi darà la forza di far fronte al dolore.

Ai giovani: spendete bene la vita,

è un tesoro unico.

A tutti: la Grazia di Dio vi accompagni ogni giorno.

E salutatemi i vostri bambini, appena di svegliano.

Come vorrei che questo mio ‘buongiorno’

fosse per loro presentimento di una buona vita,

a consolazione vostra e mia, e di tutta la Chiesa.

Papa Giovanni Paolo II

February 15

PREGHIERA

Preghiera di Giovanni Paolo II

Ci alzeremo in piedi ogni volta che
la vita umana viene minacciata...

Ci alzeremo ogni volta che
la sacralità della vita viene
attaccata prima della nascita

Ci alzeremo e proclameremo che
nessuno ha l'autorità di distruggere
la vita non nata...

Ci alzeremo quando un bambino
viene visto come un peso
o solo come un mezzo per soddisfare
un'emozione e grideremo che ogni bambino
è un dono unico e irripetibile di Dio...

Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio
viene abbandonata all'egoismo umano...
e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale...

Ci alzeremo quando il valore della famiglia
è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...
e riaffermeremo che la famiglia è necessaria
non solo per il bene dell'individuo
ma anche per quello della società...

Ci alzeremo quando la libertà
viene usata per dominare i deboli,
per dissipare le risorse naturali e l'energia
e per negare i bisogni fondamentali alle persone
e reclameremo giustizia...

Ci alzeremo quando i deboli,
gli anziani e i morenti vengono abbandonati
in solitudine e proclameremo che essi
sono degni di amore, di cura e di rispetto


February 03

L'AMICO

 

UN AMICO

"Il mio amico non è ritornato,

dal campo di battaglia, Signore.

Chiedo l'autorizzazione di andare

a cercarlo" disse un Soldato

al suo Tenente. 

"Autorizzazione negata ", risponde

l' Ufficiale, "non voglio che rischi

la tua vita per un uomo che

probabilmente è morto.  

Il Soldato incurante del divieto, va, ed un'ora

dopo ritorna all'accampamento, mortalmente

ferito, con il cadavere del suo Amico.  

L 'Ufficiale era furioso:

"Te lo avevo detto che era morto.

Dimmi, valeva la pena andare fin là

per ritornare con un cadavere?"

Il Soldato, moribondo, rispose:

"Certo che sì, Signore! Quando l' ho

trovato era ancora vivo ed ha

potuto dirmi:

"ero sicuro che saresti venuto."

 

"UN AMICO È COLUI CHE ARRIVA

QUANDO TUTTI SE NE SONO

ANDATI"

(di Padre Gianfranco Maria Chiti) 

January 25

I Figli

I Figli

 

E una donna che reggeva un bimbo al seno disse, Parlaci dei Figli.

E lui disse:

 

I vostri figli non sono figli vostri.

Sono i figli e le figlie della brama che la vita ha di se stessa.

Essi vengono attraverso voi ma non da voi,

E sebbene siano con voi non vi appartengono.

Potete donare loro il vostro amore ma non i vostri pensieri.

Poiché hanno pensieri loro propri.

Potete dare rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime,

Giacchè le loro anime albergano nella casa di domani, che voi

Non potete visitare neppure in sogno.

Potete tentare d’essere come loro, ma non di renderli come voi siete.

Giacchè la vita non indietreggia n’è s’attarda sul passato.

 

Voi siete gli archi dai quali i figli vostri,

viventi frecce,

sono scoccati innanzi.

L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito,

e vi tende con la sua potenza affinché le sue frecce

possano andare veloci e lontano.

Sia gioioso il vostro tendervi nella mano dell’Arciere;

Poiché se ama il dardo sfrecciante,

così ama l’arco che saldo rimane.

January 09

Pregare

Preghiera della famiglia

 

Ti preghiamo, Signore, per la nostra famiglia

perché ci conosciamo sempre meglio

e ci comprendiamo nei nostri desideri e nei nostri limiti.

Fa’ che ciascuno di noi senta e viva i bisogni degli altri

e a nessuno sfuggano i momenti di stanchezza,

di disagio, di preoccupazione dell’altro.

Che le nostre discussioni non ci dividano,

ma ci uniscano nella ricerca del vero e del bene

e ciascuno di noi nel costruire la propria vita

non impedisca all’altro di vivere la propria.

Fa’, o Signore, che viviamo insieme i momenti di gioia e soprattutto,

conosciamo Te e Colui che ci hai mandato, Gesù Cristo

in modo che la nostra famiglia non si chiuda in sé stessa,

ma sia disponibile ai parenti,

aperta agli amici,

sensibile ai bisogni dei fratelli.

Fa’, o Signore, che ci sentiamo sempre

parte viva della Chiesa in cammino

e possiamo continuare insieme in Cielo

il cammino che insieme abbiamo iniziato sulla terra.

Amen

December 12

Ecco cosa è successo a Dio

Ecco che cosa è successo a Dio

 

Dio giudicato dagli uomini, arrestato dagli uomini, legato dagli uomini,

schiaffeggiato dagli uomini, coperto di sputi dagli uomini, insultato dagli uomini,

condannato a morte dagli uomini, ucciso dagli uomini.

    Un'ultima sequenza di questa storia allucinante.

    Verso mezzogiorno - secondo l'opinione degli studiosi dev'essersi levato lo scirocco,

il vento che arriva dal deserto e solleva nugoli di polvere scura.

I1 Condannato, già svuotato di sangue per le innumerevoli ferite, è torturato dalla sete.

E lo confessa: “ Ho sete! C'era là un vaso pieno d'aceto.

In cima a una canna fu messa una spugna intrisa d'aceto e gli fu accostata alla bocca ” (Gv 19, 28-29).

    Già. La Passione. Ossia, una storia capitata a Dio.

    Gli è capitato perfino di sentirsi abbandonato da...Dio!

    All'ora nona Gesù gridò ad alta voce: " Eloi, Eloi, lama sabachtani?"

che significa "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?"” (Mc 15, 34).

Un grido che ci fa fremere,

ma che ce Lo fa sentire tanto vicino nelle nostre ore di angoscia e di disperazione.

    Dio che raccoglie gli ultimi schizzi di veleno. “Ha salvato gli altri: salvi se stesso... (Lc 23, 35).

    Dio che non raccoglie l'ultima sfida da parte delle meschine pulci che pretendono un segno.

Scenda ora dalla croce, in modo che noi vediamo e crediamo!” (Mt 15,32).

    No. Non scenderà dalla croce. Rimarrà volontariamente inchiodato al patibolo.

Proprio il non scendere sarà il “ segno ”.

Segno di salvezza. Per tutti.

Anche per quelle pulci che sbavano con la loro sfida beffarda.

    Gesù disse: " Tutto è compiuto " ” (Gv 19, 30).

Se fosse un militare annuncerebbe: “Missione compiuta ”. Ma non è un militare.

È un Dio che ha bloccato la fuga dell'uomo. Che ha recuperato l'uomo.

    “... Dopo aver mandato un grande grido, spirò ” (Mc 15, 37).

    No. Non è il grido di uno sconfitto. È un grido di vittoria. Di trionfo.

Sono crollate le ultime resistenze dei fuggitivi.

Sono stati schiantati i bastioni delle loro false sicurezze.

Dio ha sconfitto il peccato. Ha piantato la propria bandiera in terra nemica.

Si. Tutto è compiuto.

“ Tu mi uccidi. E io ti salvo ”.

November 28

Dio nella storia

   Una storia successa a Dio  

  “ Indubbiamente la ghigliottina, o una pallottola nella nuca, è una cosa più spiccia.

Gesù non la finiva più di morire.

Ma è proprio ciò che si voleva: i suoi nemici potevano gustare la sua lenta agonia.

Quanto al piccolo gruppo di coloro che l'amavano, tutto per essi diventava intollerabile.

Per comprenderli, occorre aver visto, coi propri occhi, una di quelle terribili agonie

in cui coloro che assistono - e l'agonizzante stesso, che non smette di gridare -

nei propri cuori finiscono per invocare la morte come una liberazione”.

  Certo, a Gesù quelle tre ore devono essere sembrate più lunghe dei trent'anni di vita.

Tuttavia, nello strazio del corpo stiracchiato, strappato da tutte le parti, nel tormento della sete,

riesce ancora a fare l'inventario di ciò che Gli resta da dare.

     I1 Dono deve essere totale, che superi ogni attesa, che anticipi perfino i più audaci desideri.

     Non ha dimenticato nulla?

     Forse c'è un ultimo debito da pagare. Ciò che Gli stanno facendo gli uomini…

     E’ venuto ad espiare i peccati dell’umanità, Non bisogna, però, escludere quest’ultima colpa.

“Gesù disse: ‘Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno’” (Lc 23,34).

      Giustamente è stato osservato che, quando si tratta di sé, Gesù usa il condizionale:

“ Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! ” (Mt 26, 39).

Qui, trattandosi dei propri carnefici, usa l'imperativo: “ Padre, perdona ”.

È il regalo di un'assoluzione piena.

     Gli restava ancora la mamma. “ Stavano presso la croce di Gesù: sua madre…” (Gv 19, 25).

E non esita a regalarcela. “ Gesù, quando vide sua madre e, lì vicino, il discepolo che amava,

disse a sua madre: "Donna, ecco tuo figlio". Poi disse al discepolo: " Ecco tua madre".

E da quel momento il discepolo la prese con sé ” (Gv 19, 26-27).

      Qualcuno vorrebbe limitare la portata di questo episodio ad una semplice preoccupazione di Gesù

per l'avvenire della mamma.

      Mi sembra - modestamente - che in tal caso il dialogo avrebbe avuto uno svolgimento diverso.

II primo interpellato sarebbe stato, allora, Giovanni: “Vedi di pensarci tu! ”

E, successivamente, alla madre: “ D'ora innanzi andrai con lui ”.

     In ogni modo - al di sopra di tutte le discussioni - e pur ammettendo anche la preoccupazione

di una sistemazione per Maria, ritengo che qui siamo di fronte ad un dono che ci riguarda tutti,

È l’affermazione della maternità spirituale di Maria.

“ I1 discepolo che Gesù ama non è un semplice individuo, egli rappresenta tutti i discepoli del Cristo:

nella sua persona questi discepoli vengono affidati a Maria, dichiarata loro madre ” (P. Bénoit).

E lo stesso esegeta prosegue: “ Io penso debba trattarsi qui, in quest'ora solenne, della nascita della Chiesa:

la Chiesa nasce da Gesù sulla croce, dal suo cuore trafitto,

e in questo momento Maria riceve ufficialmente la consegna della Chiesa ”.

     La missione della Madonna non è finita, non si esaurisce al Calvario.

Scocca per lei un'altra ora impegnativa. Dovrà occuparsi di tutti noi.

     Un ultimo regalo. Si tratta, nientemeno, che di un posto in Paradiso.

E... l'aureola va a finire sulla testa di uno dei ladroni.

I1 processo di canonizzazione è rapidissimo, sbrigativo. Basta una breve confessione:

“ Riceviamo la degna pena per ciò che abbiamo fatto ”. Un semplice atto di fede:

“... Lui non ha commesso niente di male ”. Una timida preghiera:

“ Gesù, ricordati di me, quando andrai nel tuo regno!” Immediatamente arriva la proclamazione:

“ In verità, ti dico: oggi sarai con me in Paradiso ” (Lc 23,41-43).

     E così abbiamo il primo santo cristiano.

Un'assoluzione, la madre, un biglietto d'ingresso in Paradiso. Ha dato proprio tutto.

Adesso, veramente, può morire. E sarà il dono supremo. “ ... Chinato il capo, rese lo spirito ” (Gv 19, 30).

   Specialmente a proposito della Passione si può dire: “ una storia successa a Dio ”.

October 23

Genitori e figli

Genitori e Figli

Da una ricerca fatta dall'Eurispes risulta che i bambini sono sempre più soli. Più del 50% dei bambini sta da 2 a 4 ore davanti al televisore.

Dedica 1100 ore alla TV in un anno, contro le 800 ore che trascorre a scuola.

Stanno tante ore anche davanti al computer… Le loro scelte alimentari sono condizionate al 75% dagli spot pubblicitari.

Tra i bambini circa il 20% ha problemi psichici e il 9% fa uso di tranquillanti e antidepressivi.

             Un bambino su quattro definisce la propria casa un albergo.

             Dato che papà e mamma entrano ed escono in continuazione senza occuparsi dei figli.

             Spesso i genitori sono assenti. Corrono dalla mattina alla sera per lavorare, lavorare, lavorare e poi lavorare. E perché lavorare  così  tanto? 

             Per avere  una  vita agiata, ideale. Ideale in che senso?

Per far sì che ai figli non manchi niente. Niente di che?

Di beni materiali. Di vestiti firmati, di cibi costosi, di giocattoli sempre nuovi,

di computer, telefonini, play-station, di tutto e di più quanto desiderano.

Tutto quello che di materiale la mente fragile del bambino può pensare e il suo cuore assetato di amore può desiderare.

Così questi genitori corrono e poi corrono, sbattono i propri figli da un asilo all'altro o da un posto all'altro

o semplicemente li lasciano a casa davanti alla TV per farli educare da una cattiva maestra!

Maestra di violenza, volgarità, di egoismo, di furbizia, di sopruso, di edonismo e di individualismo.

Mentre loro corrono per accumulare denaro i loro figli figli non li educhi tu, chi lo farà al posto tuo?

So di un bambino che non riesce neppure a cercare il quaderno nel suo zainetto…

è incapace di cercare perché i genitori ogni volta che vuole una cosa subito gliela comprano.

Comprano tutto…, ma sono assenti! Tutti e due lavorano e, pensate, la mamma fa anche due lavori.

Assenti…! Siamo nel mondo della "pazzia". E' scomparso il buon senso.

 

Genitori, state con i vostri figli. Giocate con loro, parlate con loro, "costruite con loro" il loro futuro.

Se già il 20% dei bambini ha problemi psichici è perché voi siete assenti. 

E' stato scientificamente provato che se la mamma manca per troppo tempo dalla presenza dei figli,

soprattutto nei primi anni di vita, il bambino può sviluppare un grave senso di angoscia.

"La madre…è colei che porta la vita attraverso il cibo, le cure, il calore…l'amore.

              La presenza della madre trasmette sicurezza,  perché costruisce un atteggiamento di fiducia,

              di aspettativa di una risposta rassicurante, di certezza di ricevere una soluzione positiva rispetto al bisogno".

Ma questo vale anche per i papà.

Il papà troppo spesso assente è sovente una figura sbiadita e non rilevante nella funzione educativa.

Ma "il padre rappresenta e trasmette la coscienza, la ragione, la conoscenza, l'autorità, la forza.

Da lui deriva la formazione della legge interiore, l'accettazione del limite, l'esercizio del dominio dell'istinto e delle emozioni.

Incoraggiando alla fiducia in sé e spingendo al contatto con la realtà, il padre è il principale responsabile del raggiungimento dell'autonomia" 

Papà, mamma, chiedete al Signore la grazia di essere dei buoni genitori.

Don Bosco, un grande educatore, diceva:

"Ricordatevi che l'educazione è cosa del cuore, e che Dio solo ne è padrone,

e mai non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l'arte, e non ce ne mette in mano le chiavi".

 

October 10

Il processo a Gesù

La condanna a morte di Cristo ha ispirato nei secoli opere ricche di tensione interiore.

 

Incontrare Gesù Cristo e non restare affascinati o sconvolti - dal suo messaggio, dalla sua vicenda e dal suo mistero - è impossibile, perché in lui ognuno scopre se stesso, in ciò che ha di più profondo. Questo fascino è avvertito soprattutto dagli artisti per la loro capacità di raggiungere le verità nascoste e i sentimenti più universali. Per tale motivo la “letteratura cristologica” conserva una costante lungo i secoli. Ma rappresentare il Cristo. sia in una costruzione romanzata sia in una estrapolazione storica o contemporanea, è impresa ardua.

       Si ricorre allora all'artificio del metodo indiretto che consiste nell'utilizzare la testimonianza immaginaria, la ricreazione storica e lo pseudodocumento.

Così è avvenuto per il processo a Gesù.

Giuda è un personaggio che ha sempre sedotto i narratori. Basti ricordare: l’opera del tradimento (1975) di Mario Brelich; Io, Giuda (1952) di Taylor Calwell e Jess Stearn; Giuda (1950) di Lanza Del Vasto e il recentissimo (e riuscito) Trenta denari (1986) di Ferruccio Ulivi. Nel romanzo La gloria (1978) di Giuseppe Berto la figura di Giuda, protagonista riceve significato e consistenza dalla passione e morte di Gesù.

Secondo l'autore, 1'Iscariota non è un traditore ma un martire. Perché martire? Perché ha accettato di eseguire un compito che detestava: tradire Gesù affinché costui, mediante la sua morte, ottenesse la gloria per sé e per l'umanità intera. Altro non desiderava, Gesù, che morire: per cancellare lo sbaglio della creazione ricostruire il destino umano. La sua morte avrebbe operato questa palingenesi. Da qui la sua impazienza a rincorrere una condanna e una fine che nessuno – né Pilato, né il Sinedrio, né il popolo - avrebbe voluto. I1 processo e il gesto di Giuda - non tradimento, ma gesto d'amore - sono stati provocati da Gesù. Giuda è un martire, non un traditore; anche Caifa e Pilato meritano riconoscenza per essersi offerti al piano eroico di Gesù.

             Se La gloria di Berto rivela ingenuità e debolezza, Barabba di Par Lagerkvist (1950) è opera potente e suggestiva. La passione di Gesù è vista con gli occhi di Barabba. Chi era quel crocifisso che aveva preso il suo posto, grazie alla paura di Pilato e alla richiesta della folla? I1 Messia immolato per amore nostro? L'amico dei poveri e dei perseguitati? I1 Figlio di Dio che sarebbe tornato sulla terra in gloria e splendore? Barabba trascinerà i suoi giorni a tormentarsi per avere una risposta, gli occhi brucianti dalla visione di Gesù in croce. La risposta non gli sarà data, e il crocifisso - con il suo martirio, la sua innocenza, la sua speranza - resterà la sola luce della sua esistenza maledetta.

               I1 processo a Gesù è ricostruito e analizzato a lungo (pp. 210-270) nel romanzo di C.M. Franzero: Le memorie di Ponzio Pilato (1948), opera in cui storia e immaginazione si armonizzano e s'illuminano. Perché il Sinedrio aveva reclamato la condanna di Gesù? Per non perdere i privilegi “I sacerdoti temevano che, in caso di disordini popolari, Roma potesse intervenire militarmente e porre fine all'esistenza politica di una teocrazia che si era dimostrata incapace di prevenire simili eresie e subbugli rivoluzionari”. La Condanna di Gesù, pertanto. era stata decisa prima del processo: processo-burla, celebrato all’insegna dell’illegalità. Il procuratore avrebbe voluto liberare quell’uomo timido e gentile che gli faceva pietà (“Era proprio una figura patetica”), ma sapeva bene che, se avesse esasperato il Sinedrio con la liberazione di quel .poveraccio,. si sarebbe attirato addosso una vendetta inesorabile. “Io non sono che un uomo... e pochi uomini conosco che potrebbero essere definiti eroici; ed essi certo non appartengono al servizio civile”.

Ne I testimoni della passione (1938) - sette splendidi squarci sulla passione - Papini presenta Pilato preda dell'inquietudine e del rimorso per la condanna inflitta a Gesù. Non gli sarà mai possibile dimenticare la morte di quell'innocente al quale “un momento si era sentito vicino e quasi unito a Lui da quell’odio implacabile che accomunava il vicario del padrone della terra e il perseguitato Re di un altro mondo”. Il processo era stato manovrato dal calcolo e dall'odio. Perseguitato da due pensieri ossessivi: Che cos'è la verità? Sono forse colpevole?, il vecchio Pilato finirà pazzo e suicida.

           Friedrich Durrenmatt, nel racconto Pilatus (1946), immagina che il procuratore intuisca la natura divina di Gesù, ma intuisca anche che l’incarnazione è un'astuzia di Dio per tentare gli uomini.

“Vide che soltanto per effetto di un odio inconcepibile poteva venire a Dio l'idea di manifestarsi in tale maschera di estrema umiliazione”. I1 processo a Gesù - legale o no, storia o leggenda – non conta: conta l’impossibilità di Pilato d’incontrare Gesù-Dio. Quando gli si riferisce che la tomba del crocifisso è vuota, si reca sul posto e osserva la grotta. II suo volto “era sterminato come un paesaggio di morte [...] e quando i suoi occhi si aprirono erano freddi”. Dio è lontananza che raggela l'anima.

           Lo scrittore polacco Jan Dobraczynski, nel romanzo, Lettere di Nicodemo (1959), descrive il processo a Gesù dal punto di vista del fariseo Nicodemo, in una serie di lettere che questi indirizza all'amico e maestro Giusto. La narrazione - spesso avvincente, sempre dignitosa - si rifà ai quattro Vangeli e agli scritti extrabiblici, con la libertà consentita all'arte. Nicodemo non soltanto riferisce una storia sconvolgente, ma la vive in prima persona, perché la passione di Gesù è anche la sua. L'ebreo Max Brod, amico di Kafka, nel romanzo, - ben costruito e “ortodosso” - Il Maestro (1952), istituisce un paragone tra il processo a Gesù e quello di Socrate: stessa dignità, stesso insegnamento. Il silenzio di Gesù ha una strana affinità con l'eloquio di Socrate: “Significano entrambi con eguale severità la stessa cosa: che non esiste un compromesso fra un tale accusato e questi giudici. Nessun ponte porta al di là di questo abisso”. Molti e suggestivi flash sul processo a Gesù si trovano nel recente romanzo di Stuart Jackman, II caso del Nazareno (1983, titolo originale The Davidson Affair). Il racconto - agile. serio, intelligente - composto da una serie d'interviste ai personaggi-chiave dell'affaire Gesù, si propone di rispondere a tre interrogativi: Chi era Gesù? Perché è stato condannato? E’ veramente risorto? Fatti e personaggi sono ambientati ai nostri giorni, con risultati positivi. La riattualizzazione più riuscita del processo a Gesù resta il dramma di Diego Fabbri. Processo a Gesù (1955), classica “sacra rappresentazione”, rappresentata con successo in tutto il mondo. L'autore ha scelto il dibattito teatrale per discutere gli interrogativi lasciati aperti dalla condanna di Cristo, così come si presentano a una comunità contemporanea. I1 processo di Fabbri si conclude non con una condanna o un'assoluzione, ma col bisogno che di Gesù ha ogni uomo.

          Siamo approdati a una conclusione molto importante: il processo a Gesù continua, nella società e in ognuno di noi. È quanto ha voluto dimostrare il greco Nikos Kazantzakis nel romanzo, Cristo di nuovo in croce (1955), Mario Pomilio nel suo splendido Il quinto evangelio (1975), il giapponese Endo Shusaku nella Vita di Gesù (1975) e il nostro Ignazio Silone. soprattutto ne II seme sotto la neve (1950) e in Severina (1981, postumo). Anche la grande poesia d’Ungaretti ha intuito la continuità della sofferenza di Cristo con la nostra: “Cristo, pensoso palpito, / Astro, incarnato nell'umane tenebre, / Fratello che t'immoli / Perennemente per riedificare / Umanamente l'uomo /[…] Santo, Santo che soffri / Per liberare dalla morte i morti / E sorreggere noi infelici vivi, D'un pianto solo mio non piango più, / Ecco, Ti chiamo, Santo, / Santo, Santo che soffri (Mio fiume anche tu)”.

Ferdinando Castelli

September 19

Il Processo

                                                                                           IL PROCESSO DI GESU’

 

Due sbrigative sessioni in tribunale, durate meno di 24 ore, bastarono a decretare la pena capitale per Gesù di Nazaret.

Dal Sinedrio a Pilato, un'altalena di responsabilità sulle quali non si è ancora finito di discutere.

 

I cristiani... prendevano nome da Cristo che era stato condannato al supplizio a causa del procuratore Ponzio Pilato sotto l'impero di Tiberio,

Scrivendo questa riga nel XV libro dei suoi Annali, lo storico romano Tacito, vissuto probabilmente tra il 55 e il 120 d.C.,

non pensava certo che questa modesta notizia avrebbe sconvolto la storia dell'umanità.

E forse uno dei protagonisti di quella vicenda, il procuratore romano Pilato, giunto finalmente alla pensione,

di fronte alla domanda di un amico su Gesù di Nazaret avrebbe reagito proprio come ha immaginato secoli dopo

lo scrittore francese Anatole France nel suo racconto Il procuratore di Giudea (1902):

"Ponzio, ti ricordi di Gesù il Nazareno che fu crocifisso non so più per quale delitto?

Ponzio Pilato aggrottò le sopracciglia, si portò la mano alla fronte come chi vuole ritrovare un ricordo.

Poi, dopo qualche istante di silenzio: Gesù - mormorò -. Gesù il Nazareno? No, non ricordo".

Anche uno storico contemporaneo e conterraneo di Gesù. Giuseppe Flavio, ci ha lasciato nel XVIII libro, della sua opera, Antichità giudaiche,

una menzione di quei giorni abbastanza spoglia, se mettiamo tra parentesi le glosse cristiane posteriori che quel paragrafo ha ricevuto:

"In quello stesso tempo visse Gesù, uomo saggio (se pure conviene chiamarlo uomo). Egli compiva opere straordinarie,

insegnava a coloro, che desideravano accogliere con gioia la verità e convinse molti giudei e greci. (Egli era il Cristo).

Dopo che Pilato, dietro accusa dei capi del nostro popolo, lo condannò alla croce coloro che lo avevano amato non vennero, meno.

(Egli apparve loro il terzo giorno di nuovo vivo, avendo i divini profeti detto queste cose su di lui e moltissime altre meraviglie).

E ancora fino ad oggi non si è estinta la tribù dei cristiani che da lui prende nome".

     Eppure quel processo con la sua sentenza è - come scrive lo studioso inglese S.G.F. Brandon nel suo famoso e discusso Processo di Gesù -

"il più importante della storia dell'umanità. Nessun’azione giudiziaria intentata contro una persona è conosciuta

da un numero altrettanto grande di persone. Gli effetti del processo di Gesù sulla storia umana sono incalcolabili".

I più celebri casi giudiziari come quello contro Socrate svoltosi ad Atene nel 399 a.C. o quello che nel 1431 mandò al rogo Giovanna d'Arco

o quello aperto dall'Inquisizione contro Galileo nel 1633 impallidiscono di fronte a quelle due sbrigative sessioni processuali,

durate meno di 24 ore e celebrate davanti al Sinedrio e davanti al procuratore romano,

che mandarono alla pena capitale quel predicatore ambulante di Galilea di nome Gesù di Nazaret attorno al 30 d.C.

      Quelle ore si sono iscritte non solo nella storia ma anche nella fede di milioni di persone ed ancor oggi rivisitarle

è un'avventura rischiosa perché in esse s’intrecciano questioni storiche problemi teologici, emozioni anche irrazionali.

Non possiamo, infatti, ignorare che per secoli il processo di Gesù è stato l'occasione per bollare di "deicidio" i "perfidi giudei"

e scatenare in questo modo le degenerazioni dell'antisemitismo più infame.

I misteri medievali sulla passione del Cristo mettevano in scena gli ebrei del Sinedrio vestiti come gli ebrei dei ghetti di allora,

lasciando così via libera a violenti sfoghi e ad incursioni anti-giudaiche.

C’è voluto il Vaticano II con la sua "Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane" (Nostra aetate)

per avere il coraggio di affrontare questa storia spinosa in modo nuovo:

“ Sebbene autorità ebraiche coi propri seguaci si siano adoperati per la morte di Cristo tuttavia quanto è stato commesso

durante la sua passione non può essere imputato né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi né agli ebrei del nostro tempo, (n. 4).

September 06

I vangeli 3

                                                               I VANGELI APOCRIFI 

 

           La stessa cosa non si può affermare dei vangeli apocrifi

Essi non sono stati riconosciuti autentici dalla Chiesa in quanto non ritenuti nella maggior parte dei casi veritieri nei loro racconti:

si tratta per lo più di scritti a volte intrisi di leggende e dal carattere a volte fantastico e fiabesco,

che presentano grossomodo un Gesù fautore di miracoli e di prodigi, a volte anche esibizionista e impertinente,

forse con il solo scopo di mostrare come e quanto egli sia Dio.

La caratteristica del prodigio e delle varie cose portentose traspare in questi scritti in modo a volte esagerato e non necessario

per poter definire tali scritti un’opera di carattere ispirato, mentre ai racconti storici (poco attendibili)

si alternano le leggende e le fantasie.

In molti casi vi si leggono episodi identici a quelli narrati dai quattro evangelisti canonici

ma tale somiglianza non è ancora sufficiente a determinare il carattere di autenticità di tali scritti.

   Quali sono infatti i criteri con cui si è pervenuti ad affermare l’autenticità di uno scritto evangelico rispetto ad un altro?

Certamente il primo fra tutti è stato quello del ricorso alla Tradizione orale, tuttavia gli studiosi hanno individuato

quattro criteri specifici che permettono di asserire la fondatezza storica e l’attendibilità di ogni singolo scritto:

 

1) Criterio di attestazione multipla.

Quando un fatto o un insegnamento presente in un testo evangelico viene riportato anche negli atri scritti evangelici,

esso è testimoniato da più parti e pertanto può essere considerato affidabile.

Si potrebbe fare l’esempio degli atteggiamenti di Gesù nei confronti dei peccatori, della sua misericordia,

come anche di determinate parabole, o altri elementi che sono presenti in tutti gli evangelisti, anche se sotto sfaccettature differenti.

 

2) Criterio della discontinuità.

Quando un dato evangelico rompe con la mentalità vigente e con le consuetudini

dell’epoca in cui Gesù visse, è da ritenersi autentico.

Esempio tipico potrebbe essere l’atteggiamento di Gesù nei riguardi del Sabato,

che non è in linea con le convinzioni giudaiche dell’epoca

 

3) Criterio della conformità.

Un determinato fatto o brano è autentico se è conforme e coerente con il messaggio di Gesù e l'annuncio del Regno di Dio.

E’ il caso dei miracoli da lui operati, che attestano sempre e in ogni caso la centralità del Signore

e l’annuncio del messaggio di salvezza;

cosa che invece non si può affermare per i miracoli riportati dagli evangelisti apocrifi,

che rappresentano invece una sorta di miracolismo vuoto e scevro di ogni senso e contenuto…

(come poter ritenere conforme al Regno di Dio un Gesù fanciullo che fa morire e resuscita gli amici a suo piacimento?

O un Gesù capriccioso e impertinente che fa morire il suo amichetto che ha distrutto i suoi laghetti di fango?)

 

4) Criterio di spiegazione necessaria. 

Un fatto evangelico è autentico quando ha la sua spiegazione immediata e semplice.

La spiegazione più semplice e lapalissiana è quella che deve ritenersi la più necessaria, come per esempio:

i discepoli non possono aver rubato il corpo di Gesù dal sepolcro,

altrimenti non avrebbero potuto eludere la sorveglianza delle guardie. 

August 28

I Vangeli 2

        Serietà e attendibilità dei Vangeli 

 

I quattro evangelisti si sono preoccupati di mettere per iscritto non già qualsiasi cosa,

bensì quello che su Gesù veniva riferito in modo serio e attendibile,

valutando ogni detto e ogni affermazione come anche considerando la contestualità epocale

in cui i fatti venivano narrati, sicchè si può affermare che Matteo, Marco, Luca, Giovanni,

sono scritti attendibili dal punto di vista storico, perché atti a rivelare la verità su Gesù.

Inoltre, gli evangelisti non ebbero la premura di offrire una mera biografia di Gesù

o di tratteggiarne gli aspetti della vita quasi alla stregua di un eroe o di un personaggio magnifico,

quanto piuttosto di mettere in luce la figura di Gesù nella sua globalità ed interezza

a prescindere dai singoli aspetti e in rapporto con il messaggio di salvezza oggetto dell’annuncio cristiano.

Sicchè chi si accosta ai Vangeli non può non farlo se non mosso da uno spirito di fede.

Certo, nei quattro vangeli si può aver fiducia anche come fonti indispensabili per appurare la storicità di Gesù

e per comprovare l’attendibilità storica di ogni evento,

tuttavia essi vanno visti nella profondità del loro carattere soteriologico (=salvifico)

poiché ogni fatto, seppure realmente accaduto, venne dagli apostoli interpretato

alla luce dell’ispirazione da parte dello Spirito Santo:

Questi dirigeva i redattori di ogni singolo scritto alla luce del contenuto e del messaggio salvifico.

 
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BONJOUR DE BELGIQUE  PADRE NELLO DIEU TOUJOUR NOUS GUIDE
 
Apr. 22
Ciao Padre Nello.Grazie per il commento nel mio blog e per il complimento.....
Il tuo blog pero' e' molto piu' pieno del mio e anche piu' bello:)Adesso ti saluto xke' devo finirmi i compiti .
Baci & Abbracci Sarah
Apr. 15
Chiara ..wrote:
Felice Anno Nuovo
Dec. 31
BUON NATALE
Photobucket
Dec. 25
federicawrote:
padre nello... bel blog!!! complimenti... le foto sono bellissime.!!!
ci vediamo dopo le vancaze....
            *federica*    4° b ginnasio
Dec. 21
Dio ti benedica
Nov. 23
.Tяiłłч.wrote:
salve padre nello!
complimenti vedo che e' molto bravo con il computer!
un salutino da silvia =D
Nov. 9
Pace gioia e amore Padre Nello!
Bello il tuo space...grazie per avermi aggiunto!
Ti chiedo una piccola preghiera!
Pax!

Orazio
Nov. 6
Ciao P. Nello!
Mi ha fatto piacere entrare nel tuo blog!
Grazie!
 
Oct. 30
Professore!Complimenti per lo Space..Davvero molto bello..Anche le foto!Mi avvisi quando pubblica quelle dell'assemblea..!!Che ci dovrei essere anche io...A domani!
...Marina...   4° A ginnasio..
                                                       
Oct. 14
ciao Padre Nello!!!grz del commento!!!!adex vado...arrivederciiii...
 
karino il suo blog...
 
arrivedereci..
Oct. 2
Chiara ..wrote:
Grazie Padre! 
Sono felice che sia passato da me Sorriso
Sept. 1
Chiara ..wrote:
Carissimo Padre Nello!
Sono contenta d'aver trovato il suo bellissimo blog, passavo tra i blog aggiornati
complimenti per il tuo blog, sè vorrai passare dal mio blog a trovarmi sarai il benvenuto.
 
Aug. 28
Carissimo Padre Nello!
Son contento d'aver trovato il suo bellissimo blog!
Penso che sia ora di aiutare Gesù anche attraverso la strada del Web e che la sua iniziativa sia d'esempio sopratutto a molti insegnanti!
Complimenti!
Aug. 28
Grande Padre Nello...ha messo su veramente un bel blog,complimenti sia per i contenuti,molto profondi,che ovviamente per la scelta dei colori;)e dire che quando io e giovanni l'abbiamo aiutata a mettere su questo space era un dilettante,adesso è veramente un mago dei blog:-)..cmq padre nello la lascio,continui su questa strada...Don nello come don matteo!!!ci vediamo a scuola...
LUIGI
July 31
la pace e l'amore di DIO possa sempre regnare nei nostri cuori
con amicizia katia
July 3
by katia
June 28
Sweet Baby Rocking In Bassinet ImagesBuona notte
May 9
May 6
E' con grande gioia che scopro un altro space "sovversivo-positivo", e con grande piacere che lascio la traccia del mio passaggio.
"Old best 4 U!" P. Nello, se vorrai passare a trovarmi sarai il benvenuto. Un abbraccio nel Signore, fr. Carlo (F,M.I.)
Apr. 23